La chiameremmo Yasmin

Ha diciannove anni e vive in una casa dove le regole non sono scritte da nessuna parte, ma esistono lo stesso. Quando dice no a qualcosa che la famiglia ha già deciso, non lo fa gridando. Lo dice piano, quasi in modo tecnico. E la struttura intorno a lei risponde in silenzio.
La chiameremmo Yasmin

La chiameremmo Yasmin, ma non è il suo nome.

Yasmin ha diciannove anni e vive ancora in casa dei suoi, in un paese che non è grande e non è piccolo, il tipo di posto dove tutti sanno dove abitano tutti ma dove si può passare mesi senza incontrare nessuno davvero. Le strade hanno nomi che Yasmin non usa mai, perché i posti li conosce a modo suo: il bar con le sedie fuori anche d’inverno, la farmacia che chiude alle tredici, il semaforo che rimane rosso troppo a lungo senza che nessuno abbia mai capito perché.

La palestra dove va il martedì e il giovedì è l’unico posto della settimana in cui il tempo appartiene solo a lei, e questo è un fatto che non ha mai detto ad alta voce, non perché sia un segreto, ma perché non ha mai trovato le parole giuste per dirlo senza che sembrasse una lamentela.

Viene da lontano nel senso che i suoi vengono da lontano. Ma lei è cresciuta qui, nel senso che conta: le elementari con la maestra Rossana, che aveva una voce troppo alta e una pazienza genuina, le medie in un edificio che d’estate puzzava di muffa, l’istituto professionale frequentato fino a due anni fa. Sa come si parla in questo posto, sa quando abbassare la voce e quando è inutile farlo, sa riconoscere il tono che usa la gente quando vuole essere gentile e quello che usa quando vuole solo chiudere il discorso. Queste cose le ha imparate senza che nessuno gliele insegnasse.

A casa si parla un’altra lingua, o meglio: si parla l’italiano quando è necessario, e l’altra quando si è tra sé. Yasmin le usa tutte e due, senza gerarchie visibili, passando dall’una all’altra nel mezzo di una frase quando la parola giusta non esiste nell’altra. Non ci ha mai pensato come a qualcosa di strano. È venuto da solo, come quasi tutto nella sua storia.

La mattina è sempre la stessa

Si alza prima degli altri. Non per un’abitudine decisa, ma perché il sonno finisce a quell’ora e restare nel letto a guardare il soffitto richiede uno sforzo che non vale la pena fare. La finestra della sua stanza dà sul retro del palazzo di fronte, una facciata cieca con un’unica apertura al secondo piano, sempre chiusa. Nei mesi invernali quella finestra rimane buia fino alle otto passate. Yasmin la guarda qualche secondo prima di alzarsi, non per aspettare la luce, ma perché è uno di quei gesti che il corpo ha preso da solo, senza chiedere.

Fa il caffè, lo beve in piedi vicino al bancone della cucina, con la schiena appoggiata al pensile. Non si siede mai, la mattina, a meno che non ci siano già altri in cucina. Se ci sono altri, si siede anche lei, partecipa alla conversazione con frasi brevi, risponde a quello che le viene chiesto. Se non c’è nessuno, resta in piedi e guarda fuori. Il cortile interno del palazzo è quasi sempre vuoto a quell’ora, tranne la vecchia signora del primo piano che ogni mattina esce a controllare i suoi vasi. Gerani rossi che d’estate tengono bene, d’inverno resistono più di quanto sembra possibile.

Finisce il caffè, sciacqua la tazzina, la mette sul ripiano ad asciugare. Poi torna in camera, si veste. Sceglie i vestiti la sera prima, non perché sia organizzata nel senso in cui quella parola viene usata di solito, ma perché la mattina non vuole decidere. La decisione fatta la sera è già una cosa conclusa, non richiede energia. Prima di uscire controlla che abbia tutto: chiavi, telefono, documento. La borsa ha sempre gli stessi scomparti, le cose sempre nello stesso posto. Non è una maniaca dell’ordine. È una che non vuole perdere tempo a cercare quello che sa già dove dovrebbe essere.

Dentro e fuori

A scuola è sempre andata bene, nel senso che non ha mai dato problemi. Non brillante, non invisibile. Presente senza essere rumorosa, attenta senza fare domande in classe, capace di orientarsi senza chiedere indicazioni continue. Anni passati tra i banchi senza che nessuno riuscisse a dire con certezza cosa pensasse davvero di quello che le veniva insegnato, e questo, a posteriori, le sembra una forma di protezione che aveva sviluppato senza saperlo.

Le amiche le ha avute, le ha ancora. Non tante, ma precise. Ragazze con cui scrivere il pomeriggio, con cui organizzare uscite che non sempre si realizzano, con cui stare sedute a parlare di niente per ore senza che il tempo sembri sprecato. Quando è con loro il mondo ha un registro diverso, più largo, come se l’aria avesse più spazio per espandersi. Non lo pensa con queste parole. Lo sente nel modo in cui cammina, che cambia quando non è nel raggio di casa. Le spalle scendono di qualche millimetro. La voce sale leggermente. Non sono cambiamenti evidenti, sono sfumature che lei nota soltanto perché conosce entrambe le versioni.

A casa il registro è diverso. Non peggiore, non migliore, nella misura in cui queste parole hanno senso. Ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno, ma nessuno le ha mai scritte da nessuna parte e nessuno le ha mai elencate in ordine. Yasmin le ha imparate per osservazione, nel corso degli anni, come si impara quasi tutto ciò che conta davvero: guardando chi lo fa già, capendo le conseguenze di quando qualcosa va fuori posto, adeguandosi senza che nessuno chieda di adeguarsi. Non c’è una regola che dice non tornare tardi, c’è un’atmosfera che cambia quando si rientra dopo una certa ora. Non c’è un divieto esplicito, c’è una struttura che ha già previsto ogni risposta, e dentro quella struttura non c’è molto spazio per le domande.

Il padre lavora, la madre lavora. C’è un fratello più grande che vive in un’altra città, lavora in un magazzino, telefona la domenica con la regolarità di un appuntamento fisso. Le telefonate di famiglia sono cordiali, i toni sono quelli di chi sa già cosa dirà l’altro. La vita scorre, e questo scorrere è, per la maggior parte del tempo, la cosa principale.

Una professoressa, un corridoio

C’era stata, qualche anno prima, una professoressa di italiano che le aveva detto una cosa. Non in un momento solenne, non convocandola in un ufficio. In un corridoio, mentre aspettavano entrambe che suonasse il campanello. La professoressa le aveva detto che era brava, che aveva una testa che non stava usando abbastanza, che con le borse di studio ci si poteva iscrivere all’università anche senza che la famiglia spendesse molto, che lei lo sapeva fare quel tipo di percorso.

Yasmin aveva risposto che ci avrebbe pensato. La professoressa aveva annuito, il campanello era suonato, ognuna era andata dalla sua parte.

A casa non ne aveva parlato. Non perché avesse deciso di non farlo, ma perché quella conversazione, tornando a casa, sembrava appartenere a un ordine di cose molto lontano da quello della cena e delle commissioni del pomeriggio. Aveva pensato che c’era tempo. Poi il tempo era passato e quel pensiero era diventato uno di quelli che tornano qualche volta, senza preavviso, quando si aspetta il bus o si taglia qualcosa in cucina. Non doloroso, non rimosso. Solo lì, in sospeso, come una finestra che non si riesce a chiudere del tutto.

Il discorso che non è un discorso

La prima volta che sente nominare questo ragazzo è a tavola, in una sera qualunque, senza che nessuno annunci nulla. Il padre dice qualcosa con il tono di chi condivide una notizia già assorbita, già ragionata, già sistemata in un ordine. La madre non risponde, ma non smentisce, e questo silenzio è già una forma di accordo. Il nome è di qualcuno che Yasmin non conosce, figlio di una famiglia che i genitori conoscono da anni, gente perbene, lavoro stabile, origine comune. Le parole usate sono parole normali, il tono è quello di chi parla di una cosa già pensata, già valutata, già decisa nel senso che conta. Non c’è una domanda rivolta a Yasmin. C’è un’informazione condivisa.

Yasmin continua a mangiare. Non alza gli occhi dal piatto. Non lo fa per strategia, lo fa perché in quel momento il corpo sceglie di restare fermo, come se capisse prima della testa che muoversi non serve a niente.

Nelle settimane successive l’argomento torna, sempre di lato, sempre senza una forma precisa che permetta di afferrarlo e rispondergli direttamente. Un commento della madre su come certe cose si fanno in un certo modo. Una telefonata del fratello in cui c’è un accenno, detto con naturalezza, come se tutti sapessero già. Una frase del padre che inizia con quando ti sistemi e poi si interrompe, non perché sia imbarazzato, ma perché ritiene che il resto sia già ovvio, già contenuto in quelle tre parole.

Yasmin non chiede spiegazioni. Non perché abbia paura di chiederle, ma perché fare la domanda significherebbe riconoscere che la cosa esiste davvero, che ha già una forma, che il discorso è già avanzato in punti che lei non ha visto.

Il no

Non arriva come una scena. Non c’è una serata in cui tutti siedono intorno a un tavolo e la cosa si risolve in un senso o nell’altro. Arriva come una risposta a una domanda buttata lì dalla madre, una sera in cucina, con il tono di chi si aspetta che il pensiero dell’altra coincida con il proprio. Un tono che non è impositivo, che non è minaccioso, che è semplicemente certo di sé.

Yasmin dice che no, non le interessa.

Lo dice in modo piano, quasi tecnico, come si risponde a una domanda con una risposta. Non alza la voce, non spiega perché, non aggiunge niente per attutire. La frase è corta e completa.

La madre non dice niente subito. C’è qualche secondo di silenzio in cui il rumore del fornello diventa l’unica cosa nella stanza. Poi dice che ci deve pensare. Poi dice che queste cose si discutono con il padre. Lo dice senza alzare la voce, senza drammatizzare, con una compostezza che è già, in sé, una risposta.

Il padre ne parla qualche giorno dopo, di sera, dopo cena, quando la casa ha quel tono più fermo che prende quando la giornata è finita e c’è tempo per le cose serie. Non urla. C’è qualcosa di peggio delle urla, ed è la certezza, quel modo di stare dentro le proprie parole come se non ci fosse nessuna alternativa da considerare davvero. Dice che lei è giovane, che non capisce ancora come funzionano certe cose, che col tempo le capirebbe. Dice che quella famiglia è seria, che il ragazzo è a posto, che non è una cosa da rifiutare senza nemmeno provare a conoscerla. Usa la parola opportunità, una volta, e quella parola nella bocca del padre ha un significato completamente diverso da quello che aveva nella bocca della professoressa nel corridoio.

Yasmin ascolta. Non risponde. Quando il padre finisce, lei dice che capisce, e quella frase contiene tutto e niente, è una frase che si può dire senza essere d’accordo su nulla.

Quello che cambia

Non cambia tutto di colpo. Cambia il peso specifico delle giornate, qualcosa di impercettibile che si deposita.

Il telefono inizia a essere guardato con una frequenza diversa. Non sottratto, non esaminato apertamente, ma presente in modo nuovo, come un oggetto che ha acquisito un significato supplementare. La madre chiede dove sta andando con una regolarità leggermente aumentata, non molto, quel tanto che basta perché Yasmin se ne accorga. Le uscite la sera diventano più brevi, non perché qualcuno lo dica, ma perché l’atmosfera quando si rientra tardi è quella di un debito non dichiarato, di qualcosa che si accumula senza essere nominato.

La stanza di Yasmin è la stessa. Il letto nello stesso punto, i vestiti nell’armadio, i libri su una mensola che non usa più da anni ma che non ha mai tolto. Sulla scrivania tiene un quaderno, lo usa poco, qualche pagina scritta a intervalli irregolari. Non è un diario, non c’è continuità narrativa. Sono cose scritte quando serve tirarle fuori, brevi, senza data, senza intenzione di rileggerle.

Scrive a un’amica una sera, inizia un messaggio lungo, lo riscrive, lo accorcia fino a renderlo quasi irriconoscibile rispetto a quello che voleva dire. Alla fine manda una cosa vaga, tre righe, qualcosa che l’amica capisce in parte e non capisce in parte. L’amica risponde che se ha bisogno può chiamarla quando vuole. Yasmin salva il numero nella rubrica come se non lo avesse già. Poi mette giù il telefono e spegne la luce.

Quello che sa

Non lo formula come un pensiero compiuto. Non c’è una notte in cui si siede sul bordo del letto e mette in fila le cose in modo chiaro. Ma sa, nel senso in cui si sa qualcosa che il corpo ha capito prima della testa, che il no detto in cucina quella sera non è finito lì. Non perché qualcuno l’abbia minacciata, non perché ci sia stata una scena, ma perché la struttura dentro cui vive non ha una porta che si apre dall’interno con un gesto semplice. Non è fatta di serrature, è fatta di aspettative, di sguardi, di quella certezza silenziosa che circola nell’aria di certi ambienti e che non ha bisogno di essere pronunciata per fare il suo lavoro.

Sa che chiedere aiuto fuori significa scegliere da che parte stare, e che quella scelta ha conseguenze che non si chiudono in una sola conversazione. Sa che nessuno intorno a lei, almeno nessuno che lei abbia già sentito, ha mai fatto questa cosa. Non conosce il nome preciso di quello che starebbe cercando di fare. Conosce solo la direzione, vaga, come un punto su una mappa senza scala.

Cerca su internet, qualche volta, nei momenti in cui la casa è vuota o quando è sotto le coperte con lo schermo abbassato. Cerca parole, possibilità, nomi di posti. Non prende appunti. Non scarica nulla. Guarda e poi chiude, come se tenere le cose soltanto nella testa le rendesse meno reali, meno impegnative, più facili da rimettere a posto se serve.

Il giovedì che non torna

Un giovedì di un mese qualunque Yasmin va in palestra come al solito. Porta la borsa con i vestiti del cambio, le scarpe, la borraccia. Saluta la madre prima di uscire, una cosa breve, un gesto normale.

Non torna all’orario solito. Non torna neanche un’ora dopo. Il telefono squilla, va alla segreteria. I messaggi restano con una spunta sola.

La stanza è come l’ha lasciata. Il letto rifatto con una cura che è diventata automatica negli anni, la scrivania in ordine, i vestiti nell’armadio. Il quaderno è al suo posto, chiuso. L’armadio è aperto, alcune cose ci sono, altre no, ma chi lo guarda per la prima volta non sa esattamente cosa ci fosse prima, non riesce a distinguere l’assenza dalla normalità.

Sul comodino c’è il caricatore. Il telefono non c’è.

Nel cassetto della scrivania, sotto alcune cose, c’è il vecchio telefono, quello che non usava più da mesi. Lo schermo è spento. Qualcuno lo prende, lo mette a caricare. La luce si accende, compare una barra di batteria vuota, il display rimane acceso qualche secondo e poi si spegne di nuovo.

Quando si riaccende abbastanza, compare una notifica. Una bozza. Un messaggio che non è stato inviato, non è stato cancellato. Scritto e lasciato in quella zona in cui le parole esistono ma non sono ancora uscite, dove restano finché qualcuno non decide cosa farne.

La frase è a metà. Inizia con qualcosa di ordinario, una cosa che potrebbe scrivere chiunque, e si interrompe nel punto in cui forse si stava cercando la parola giusta, o forse si stava decidendo se era il momento giusto, o forse semplicemente ci si era alzati per fare altro e non si era mai tornati.

Non si capisce a chi fosse diretto. Non c’è un nome nel campo del destinatario.

Il telefono resta sul ripiano a caricare. Lo schermo si spegne di nuovo dopo qualche minuto. In casa, intorno, le cose sono al loro posto.

La chiameremmo Yasmin, ma non è il suo nome.