La chiameremmo Irina

Irina ha circa cinquant’anni vive nelle case degli altri da molti anni. Dorme in stanze che non sono sue, accudisce anziani che non conosce, manda soldi a casa. Non ha mai deciso di restare. È successo.
La chiameremmo Irina

La chiameremmo Irina, ma non è il suo nome.

Irina ha circa cinquant’anni, un’età che sul viso si porta in modo diverso quando si lavora con il corpo, quando gli anni non passano seduti ma in piedi, chini, in movimento continuo. Ha le mani di chi ha fatto cose concrete per molto tempo, mani che sanno dove andare senza che la testa debba dirglielo. Se la si vede per strada, in un supermercato, sull’autobus, non c’è nulla che chieda attenzione. Ha imparato a occupare esattamente lo spazio che le serve, né di più né di meno.

Viene da un paese dell’Est Europa che non vale la pena descrivere nel dettaglio, perché il dettaglio non aggiunge niente alla storia. Vale la pena dire solo che è piccolo, che ci ha lasciato un figlio che quando è partita aveva un’età in cui i figli hanno ancora bisogno di essere guardati, e una madre che aveva già un’età in cui sono gli altri ad aver bisogno di guardarla. Ha lasciato due persone che richiedevano presenza, ed è andata via. Non per distrazione, non per mancanza. Per necessità.

All’inizio pensava sarebbe stato per poco.

Un anno, poi un altro

Il primo anno passa in una città del Nord, in un appartamento al quarto piano senza ascensore, con una signora di ottant’anni che si chiama con un nome che Irina impara a pronunciare nel modo giusto dopo qualche settimana. La signora ha bisogno di tutto: alzarsi, lavarsi, mangiare, dormire. Ha bisogno che qualcuno sia lì quando si sveglia di notte con un nome in bocca che non appartiene a nessuno di presente. Irina è lì. Impara le abitudini prima ancora che qualcuno gliele spieghi: a che ora si sveglia, come vuole il caffè, quale coperta preferisce quando fuori fa freddo, in quale ordine vuole che le cose vengano fatte la mattina. Lo impara per osservazione, senza che nessuno lo dichiari come una competenza.

Il secondo anno arriva senza che il primo si sia chiuso davvero. La signora muore a febbraio, un febbraio freddo e veloce, e la famiglia ringrazia Irina con una busta e qualche frase di circostanza che suona come il modo educato per chiudere un capitolo. Irina prende la busta, saluta, raccoglie le sue cose in due valigie che ha imparato a tenere ordinate proprio perché sa che i trasferimenti arrivano senza molto preavviso.

Poi c’è un’altra famiglia, un altro anziano, un altro appartamento. Le dinamiche cambiano nei particolari e restano uguali nella struttura. All’inizio Irina è una presenza estranea che si muove con cautela, che chiede dove sono le cose invece di cercarle, che bussa prima di entrare anche in stanze in cui entrerà ogni giorno per mesi. Poi diventa necessaria, invisibile nel modo in cui diventano invisibili le cose su cui si conta senza pensarci. Infine viene sostituita, quando l’anziano muore o quando la famiglia decide che serve qualcuno di diverso, con quella gentilezza sbrigativa che è il modo in cui le persone trattano le situazioni che preferirebbero non dover gestire.

Nessun conflitto. Nessuna spiegazione lunga. Solo la busta, il saluto, le due valigie.

Le case degli altri

Irina vive  in stanze che non ha scelto. Non una lamentela, solo constatazione. Le stanze hanno letti non suoi, armadi in cui tiene le sue cose in uno spazio delimitato e ordinato, finestre che danno su cortili o strade che non ha scelto di guardare. Usa cucine in cui i mestoli stanno in posti diversi ogni volta, in cui le spezie sono quelle di qualcun altro, in cui il modo di fare le cose segue una logica che non è la sua ma che impara in fretta perché imparare in fretta è una delle cose che sa fare meglio.

Conosce le abitudini degli anziani che accudisce meglio di quanto le conoscano i loro figli. Sa a che ora si svegliano nel mezzo della notte, quale lato del corpo gli fa più male la mattina, quali parole usano quando hanno paura senza volerlo mostrare, come cambia il respiro quando qualcosa non va. I figli vengono il sabato, o qualche domenica, portano frutta e fanno domande rapide. Guardano il genitore come si guarda qualcosa di prezioso che si è affidato a qualcun altro, con una gratitudine che contiene anche un sollievo che non viene mai detto, anche se non sempre è così.

Irina non giudica questo. Lo osserva senza aggiunte.

Mangia spesso in cucina, da sola, dopo aver servito. Non è una regola che le viene imposta, è una situazione che si crea per accumulazione di gesti piccoli, di ritmi che si stabilizzano senza essere dichiarati. A volte la famiglia si ferma e pranza e le chiedono di stare con loro, e lei partecipa con la misura giusta, senza pesare troppo sulla conversazione, senza sparire del tutto. Ma in cucina è diverso. In cucina c’è un silenzio che conosce, uno spazio in cui i gesti bastano senza bisogno di accompagnarli con altro.

Il telefono come finestra

La sera, quando tutto è fatto e l’anziano dorme, Irina prende il telefono. Le chiamate sono brevi. Suo figlio risponde a volte subito, a volte dopo, a volte manda un messaggio per dire che richiama. Irina aspetta senza mostrare l’attesa, o la mostra solo a sé stessa, in quel modo in cui ci si accorge di star fissando lo schermo senza vedere niente.

Le conversazioni seguono un ritmo che si è stabilito negli anni. Lei chiede, lui risponde. Lei dice che va tutto bene, lui dice che va tutto bene. Ci sono aggiornamenti pratici, a volte, cose concrete da sistemare a distanza: un documento, un pagamento, una questione che richiede una firma che non può essere la sua. Irina gestisce quello che può gestire da qui e lascia il resto nelle mani di chi è là, che è spesso sua madre finché sua madre è in grado, poi suo figlio quando la madre non è in grado.

La distanza non si misura in chilometri. Si misura in quello che non si riesce a fare da lontano, e Irina ha imparato da tempo a non fare questo calcolo troppo spesso, perché quel calcolo non porta da nessuna parte.

Con la madre le telefonate sono cambiate negli anni. Prima erano conversazioni, con una struttura, con domande e risposte che si scambiavano in modo riconoscibile. Poi sono diventate più corte, più ripetitive, con la stessa domanda che torna tre volte nella stessa chiamata senza che la madre se ne accorga. Irina risponde ogni volta come se fosse la prima, con la stessa frase, con la stessa voce. Non è un’eroina, è quello che si fa con un genitore anziano.

Il corpo che cede

La schiena ha cominciato a fare male in modo stabile qualche anno fa. Non è un dolore che arriva e se ne va: è una presenza costante, più forte certi giorni, più silenziosa altri, ma sempre lì come un commento che non smette. Le mani hanno le nocche ingrossate. La mattina ci vuole un momento prima che tutto funzioni come deve funzionare.

Irina conosce il proprio corpo nel modo in cui si conosce uno strumento di lavoro: sa cosa può fare e fino a dove, sa quando spingere e quando non spingere, sa come distribuire lo sforzo perché duri. Solleva il corpo degli anziani con una tecnica che ha imparato a forza di farlo, una tecnica che protegge la schiena il necessario per continuare a farlo il giorno dopo. Non ha smesso di lavorare perché fermarsi significherebbe dover rispondere a una domanda a cui non ha ancora una risposta: dove.

Non ha una casa sua. Questa non è una frase drammatica, è un fatto amministrativo. Quando va nel suo paese, in agosto, per le settimane che riesce a ritagliarsi, dorme nella casa della madre o in quella di suo figlio, che nel frattempo si è sposato, ha avuto una bambina, ha costruito una vita in cui Irina è un ospite importante ma pur sempre un ospite. Dorme in letti che le vengono preparati apposta, con una cura che le fa capire quanto la sua presenza sia percepita come straordinaria, come un evento, non come una continuità.

Quando torna in Italia, non appartiene davvero a nulla. Non nel senso che non ci sia un posto in cui stare: c’è sempre un letto, c’è sempre una stanza. Ma il posto è quello di qualcun altro, la stanza è quella di una casa in cui la sua presenza è funzionale.

Senza progetto

Irina non parla del futuro. Non è una scelta deliberata, non è una filosofia. È semplicemente che il futuro, quando lo si prova a guardare, non ha una forma riconoscibile. Ci sono le cose immediate: il lavoro attuale, l’anziana che accudisce adesso, le spese del mese. E poi c’è uno spazio in cui di solito le persone mettono i progetti, le intenzioni, le aspettative, e in quello spazio Irina non mette niente di preciso.

Ha mandato soldi a casa per anni. Per il figlio quando studiava, per la madre quando ha cominciato ad aver bisogno di aiuto, per le spese della casa, per cose concrete e necessarie. Ha tenuto la sua parte, a distanza, con i soldi al posto della presenza. Non è un rimpianto, almeno non viene nominato come tale. È una forma di partecipazione alla vita di chi ha lasciato, l’unica che le è stata possibile.

Tiene le sue cose in ordine. Le due valigie sono sempre pronte in un tempo ragionevole, anche quando non deve partire. I documenti stanno in una cartellina che sa dove è, le ricevute importanti vengono conservate, le scadenze vengono rispettate. L’ordine è una forma di controllo su quello che si può controllare, e Irina lo esercita con costanza, anche quando non serve, anche quando nessuno lo vede.

In alcune case ha trovato datori di lavoro che la trattavano con rispetto, che ricordavano il suo nome nella pronuncia giusta, che le chiedevano come stava con una curiosità che sembrava genuina. In altre ha trovato persone che la trattavano come una funzione, un servizio, qualcosa da ringraziare nei modi corretti senza che questo richiedesse troppo sforzo. Irina non fa una classifica. Prende quello che c’è e lo gestisce.

L’anziana che dorme

L’anziana che accudisce adesso si chiama con un nome che finisce con una vocale, un nome del Sud. Ha quasi novant’anni, è lucida in modo intermittente, con giornate in cui riconosce tutto e giornate in cui riconosce solo alcune cose. Vive in un appartamento ordinato, pieno di fotografie che coprono decenni, di mobili che sono rimasti al loro posto per molto tempo. La famiglia abita in un’altra città: vengono, chiamano, sono presenti in quel modo che è fatto di buone intenzioni e distanza reale.

Irina conosce questa anziana come conosce tutte le altre: per accumulo, per osservazione, per i gesti ripetuti ogni giorno che finiscono per costruire una mappa precisa. Sa che la mattina vuole il cappuccino dolce prima di tutto il resto. Sa che certi giorni non vuole parlare e che altri giorni parla in modo continuo, raccontando cose che a volte hanno una cronologia e a volte no. Sa che la notte si sveglia spesso e che nei momenti di disorientamento è importante avere una voce calma, non necessariamente dire le cose giuste, ma avere un tono che non aggiunga confusione.

Irina ha questo tono. Non lo ha imparato apposta. È venuto fuori con il tempo, come vengono fuori le competenze che non vengono insegnate.

La sera sparecchia dopo cena. È una sequenza di gesti che conosce bene: i piatti, i bicchieri, le posate, la tovaglietta plastificata da pulire con il panno umido. L’anziana è già sulla sedia, con gli occhi che a volte seguono quello che succede e a volte no. La televisione è accesa, con il volume basso, come la vogliono quasi tutti gli anziani a quell’ora, come sottofondo più che come contenuto.

È sera, Irina si ferma con un piatto in mano.

Non è un momento lungo. Non ha una forma teatrale. È solo un’interruzione di qualche secondo in cui il gesto che dovrebbe seguire non arriva, come se tra un movimento e l’altro ci fosse uno spazio inaspettato. Il piatto è in mano, il lavandino è davanti, la sequenza è chiara.

Resta immobile più del necessario con i pensieri che corrono,

Poi riprende a muoversi. Come sempre.

La chiameremmo Irina, ma non è il suo nome.